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DALLA STAMPA - “Call Center. Le vite precarie a tre euro l'ora”

Soprattutto donne, età media 35 anni, diplomate. La Repubblica in un articolo traccia il profilo del lavoratore tipo del settore, che nonostante la normalizzazione presenta ancora situazioni di irregolarità e precariato

18 maggio 2010 Dopo la notizia del caso di Incisa Valdarno, con la denuncia per maltrattamenti da parte degli ex dipendenti di un call-center, che ha portato alla luce i metodi violenti e lo sfruttamento dei lavoratori dell’azienda, la stampa torna ad occuparsi del mondo dei call center e delle condizioni di lavoro nel settore. “La Repubblica” di venerdì 14 maggio in particolare dedica ampio spazio al tema, prendendo spunto da alcune testimonianze inviate dai lettori. L’articolo fa il punto della situazione presentando numeri e riflessioni di esperti del mercato del lavoro.

Sono 250 mila in Italia i lavoratori di call center, tra dipendenti diretti e quelli di aziende esterne: la maggior parte (78%) sono donne, hanno un’età media di 35 anni, nell’80% dei casi sono diplomati e in media lavorano circa 34 ore a settimana. Dallo sbarco del fenomeno in Italia negli anni Novanta, dopo che negli Stati Uniti era già ampiamente diffuso, molte cose sono cambiate. Oggi, sottolinea l’articolo, per telefono si può fare tutto e c’è chi risponde per tutto. Tanto che tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 il business dell’assistenza telefonica ai clienti è aumentato del 18%, molto più della media annua degli ultimi cinque anni, che si fermava al 14%.

Una crescita del giro d’affari che non sempre si accompagna a un miglioramento delle condizioni lavorative e salariali degli operatori. Eppure la normalizzazione nel 2006 era stata avviata: dopo l’invio da parte del ministero del Lavoro di una circolare in cui si chiedeva l’assunzione dei lavoratori, oltre 24 mila precari avevano ottenuto la regolarizzazione. Ma oggi a causa della crisi, sostiene l’articolo, le aziende tendono a risparmiare sul personale, che rappresenta l’80% dei costi d’impresa. La concorrenza si fa dunque a spese dei lavoratori e sempre di più chi risponde ai call center non si trova in Italia ma in Romania, Albania o Tunisia, dove il lavoro costa molto meno. “Paradossalmente”, si legge nell’articolo “vince chi offre un servizio peggiore”.

In realtà la figura professionale che tratta direttamente con il cliente finale ha un ruolo importantissimo, come spiega Umberto Costamagna di Assocontact, associazione di Confindustria che riunisce le principali società di call center: “Il rischio è che si torni indietro: se si vuole spender poco, non si può offrire la qualità del servizio”. “Per evitare il ritorno nell’ombra ¿ sostiene a questo proposito l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano ¿ servono interventi del governo: riduzione dell’Irap, monitoraggio delle offerte dei committenti, pubblici o privati”. Pone l’accento sui bandi di gara la sociologa Monica Fabris, che ha realizzato un’indagine proprio sui nuovi mestieri: “Finché ci sono aziende che pagano tre euro l’ora, chi opera secondo le regole è tagliato fuori”.