DALLA STAMPA - L’Italia delle partite Iva
Sul Venerdì di Repubblica di venerdì 11 giugno un’inchiesta sui lavoratori autonomi “forzati”. Un’Italia senza diritti, “che non va in ferie e non si può ammalare”
24 giugno 2010 Privati delle tutele e dei diritti dei lavoratori dipendenti e senza l’autonomia dei veri liberi professionisti. Sono le finte “partite iva”, quelle aperte per scelta obbligata e che in Italia stanno crescendo sempre di più. Anche in settori finora estranei al fenomeno, come quello dell’edilizia. A raccontare questa fetta d’Italia privata dei diritti fondamentali del lavoro è “Il Venerdì di Repubblica” dell’11 giugno.
Il settimanale mette in copertina storie di redattori, bibliotecari, traduttori e anche muratori costretti a fatturare pur di continuare a lavorare. All’interno, un’inchiesta di quattro pagine, corredata da dati e testimonianze di questi finti “autonomi”. Perché spesso, licenziati dal datore di lavoro che vuole sbarazzarsi dei costi fissi, diventano fornitori d’opera, ma continuano la loro attività esclusivamente per la stessa azienda. Operare per un’unica società per gli esperti è infatti uno dei campanelli d’allarme, il segnale che una partita iva nasconde un rapporto di lavoro che è, in realtà, subordinato. Stesso discorso per chi deve garantire la presenza regolare, per chi utilizza mezzi e strumenti del datore o per chi ha già rinnovato il contratto.
Sarebbero circa 300 mila secondo l’Isfol le finte partite iva in Italia, che, con il 26,1%, è il secondo paese europeo dopo la Grecia per numero di lavoratori autonomi. A far scoppiare il fenomeno, l’aumento dei contributi, che ha spinto le imprese a liberarsi di dipendenti. Il risultato per il lavoratore è la scomparsa di tredicesima, quattordicesima, ferie, copertura malattie e infortuni e anche dell’indennità di disoccupazione.
Il settimanale mette in copertina storie di redattori, bibliotecari, traduttori e anche muratori costretti a fatturare pur di continuare a lavorare. All’interno, un’inchiesta di quattro pagine, corredata da dati e testimonianze di questi finti “autonomi”. Perché spesso, licenziati dal datore di lavoro che vuole sbarazzarsi dei costi fissi, diventano fornitori d’opera, ma continuano la loro attività esclusivamente per la stessa azienda. Operare per un’unica società per gli esperti è infatti uno dei campanelli d’allarme, il segnale che una partita iva nasconde un rapporto di lavoro che è, in realtà, subordinato. Stesso discorso per chi deve garantire la presenza regolare, per chi utilizza mezzi e strumenti del datore o per chi ha già rinnovato il contratto.
Sarebbero circa 300 mila secondo l’Isfol le finte partite iva in Italia, che, con il 26,1%, è il secondo paese europeo dopo la Grecia per numero di lavoratori autonomi. A far scoppiare il fenomeno, l’aumento dei contributi, che ha spinto le imprese a liberarsi di dipendenti. Il risultato per il lavoratore è la scomparsa di tredicesima, quattordicesima, ferie, copertura malattie e infortuni e anche dell’indennità di disoccupazione.

