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Mezzo milione di atipici fuori dal mercato dal lavoro a causa della crisi

Secondo l’Isfol gli occupati non standard sono ora il 12,4% del totale. Aumentano intanto i giovani “Neet” che raggiungono il 23,4% . Il loro peso sull’economia è pari all’1,7% del Pil

18 gennaio 2012 Sono mezzo milione i lavoratori atipici espulsi dal mercato del lavoro nel corso della crisi economica. Lo rivelano i dati estratti dall’indagine Isfol Plus, secondo la quale sono passati dai 3,6 milioni del 2006 ai 3 milioni 155mila di fine 2010, con una contrazione del settore del 13,8%. Secondo la ricerca gli occupati con contratto non standard sono ora il 12,4% del totale, contro il 65% di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e il 18,2% con attività autonoma continuativa.

Sono soprattutto i giovani ad avere occupazioni atipiche, quasi uno su quattro. Solo il 54% dei lavoratori tra i 18 e i 29 anni è a tempo indeterminato, meno del 10% è autonomo e l’8% ha un contratto di apprendistato.

Uno degli effetti della recessione è stata dunque anche quella di diminuire le possibilità di trasformare un’occupazione atipica in posto fisso: un passaggio realizzato tra il 2008 e il 2010 solo dal 37% dei lavorati atipici, il 9% in meno rispetto al biennio precedente. La maggior parte è rimasto nell’occupazione originaria, mentre il 20% è rimasto senza lavoro.

Si infittisce così in Italia la schiera dei giovani Neet, la generazione “not in employment, education or training”, ovvero di coloro che non studiano né lavorano. Secondo la Fondazione Studi e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro (in base a dati della Banca d’Italia e del ministero del Lavoro) nel triennio 2005-2008 i giovani tra i 15 e i 29 anni in questa condizione erano meno di 2 milioni, mentre nel 2010 hanno raggiunto i 2,3 milioni, circa il 23,4%.

Un fenomeno registrato in tutta Europa, quello dei Neet, ma che in base ai calcoli della Fondazione Dublino (Agenzia Ue specializzata in studi su condizioni di lavoro e relazioni industriali) in Italia provoca le perdite maggiori per l’economia. Sarebbero 27 i miliardi di Pil (pari all’1,7%) persi a causa della mancata partecipazione di questi giovani al mercato del lavoro: la nostra è situazione peggiore tra i 21 stati membri, seguita da quella della Gran Bretagna, dove il potenziale sprecato provoca perdite per 16,4 miliardi, Germania (16,1) e Spagna (11,4).

Si tratta di perdite in termini di mancati introiti per individui e famiglie ma anche in termini di costi pubblici. Nel complesso i Neet costano in media ai cittadini 2 miliardi a settimana. L’inserimento nel mercato europeo di almeno il 10% di questi giovani, segnala la Fondazione, porterebbe a un guadagno di 10 miliardi all’anno.